Iscrizioni

AUGVSTA ET MARINA FILIAS/ IAENVARIO PATRI BENEMERENTI

Le figlie Augusta e Marina al padre Ienuario/Gennaro che ha ben meritato

Descrizione

  L’iscrizione, in una ordinata capitale di epoca ancora pienamente classica, ricorda il cristiano Ienuario, o Gennaro, nel compianto dalle figlie Augusta e Marina. La lapide, collocata all’interno della chiesa, è una delle moltissime murate sulle mura della Basilica e nel suo chiostro, emerse dopo il disastroso bombardamento del 19 luglio 1943. Sotto la Basilica si trova una delle numerose e antichissime catacombe cristiane entro le quali, solo a Roma, sono conservate circa 44,000 iscrizioni dei primi cristiani, tutte redatte in una lingua che devia significativamente dal canone linguistico e che di norma si classifichiamo sotto l’etichetta di latino volgare. Questa lapide è molto antica, appartenente al secolo in cui scrivevano autori come Ausonio, Tertulliano, sant’Ambrogio, dunque quando lingua e tradizione letteraria latina erano – per quanto ne sappiamo – ancora solidissime; e origina dal centro stesso dell’impero [impero romano], Roma, oltre ad essere verosimilmente attribuibile a scriventi romani. Impossibile immaginare dunque che gli autori della lapide non conoscessero il latino. Dunque, a rigore, benché risalente ad un’epoca relativamente tarda della latinità, questo non sarebbe un testo in latino volgare, nel senso di scritto in un latino ormai sulla via della disintegrazione. Eppure, le sue caratteristiche linguistiche sono fortemente devianti. Forse questo latino ci comunica qualcosa della lingua dell’uso a Roma fra III e IV secolo?

Si noti anzitutto lo scambio di desinenze fra nominativo e accusativo: -AS, desinenza dell’accusativo è qui riferita ad Augusta e Marina che sono soggetto della frase e dunque andavano indicate al nominativo AE: come spiegarlo? A meno di non volere ipotizzare che Augusta e Marina, a dispetto dei loro nomi non fossero romane, né di lingua latina, ovvero che il lapicida non lo fosse – il che sembra assai improbabile – si deve ipotizzare che -AS non rappresenti la pronuncia della parola, ma semplicemente un tentativo di scrivere correttamente la desinenza nella lingua di scuola e cioè del canone linguistico. Ma il tentativo fallisce, forse perché quella desinenza non veniva più pronunciata, e dunque nello scrivere viene reintegrata nel tentativo di scrivere correttamente. Un poco come succede a noi quando scriviamo ‘ha’ o ‘ho’, con o senza l’acca etimologica e, nel desiderio di far bene, scriviamo ‘habbiamo’. In effetti, altre cinque lapidi, tutte romane e tutte più o meno coeve (se ne trova notizia nel Corpus Inscriptionum Latinarim (= CIL), presentano lo stesso fenomeno: Flavian/ae filiae be/ne [merenti] // Macriae Hilarae / matri bene meren/ti q(uae) v(ixit) ann XXXVIIII d(ies) V fili/as in pace fecerunt; Locus Asteri quem se vivu[m comparavit(?)] / filias intercedentes cum pa / quae vix ann p(lus) m(inus) L D(e)p(osita) pri(die) Non(as) Ian(uarias) / dilectissime matri Successe filias fecerunt ; Sindina vixit annis numero / XXII mese n(umero) X die(bu)s n(umero) VIII / Urbica et Vincentia <f>ilias / fec<e>runt matri <d>ulcis(s)ime;  Hilarinus Hygiati coniugi bene / merenti quae vixit mecum ann XXXVII / et filias matri pientissime in pace (in corsivo tutte le occorrenze in cui -as è un nominativo. Se effettivamente questo ‘errore’ è dovuto al desiderio dello scrivente di non sbagliare, si tratta di un fenomeno ben noto ai linguisti, che lo definiscono ipercorrettismo. A questo ambito andrà ascritto anche l’uso di AE per ‘e’ in IAENVARIO, un fenomeno bene attestato nel III-IV secolo e anche prima, nei graffiti di Pompei. Bisognerà infine capire se anche la forma ancora latina del nome del padre (Ianuario, non Gennaro) vada considerata semplicemente come una scritturazione conforme alla norma, o se essa documenti invece che alcuni fenomeni linguistici ancora non si erano compiuti (IANVARIVM > gennaro, gennaio).

Bibliografia

CIL - Corpus Inscriptionum LatinarumBerlinBerlin-Brandenburg Academy of Sciences and Humanities1893-1986https://cil.bbaw.de/

Nadia CannataLe parole sono pietre. Lingua communis e lingua literata in alcune epigrafi romane (secc. IV VI) «Scrivere, leggere, conservare. A colloquio con Armando Petrucci, a c. di N. Cannata, M. Signorini, n.s. «Studj Romanzi», 10»2014281-310

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